Storie di precariato: la formazione ripagata a cottimo

Una storia semplice e molto comune, purtroppo, anch’essa tratta dall’inchiesta di “Errori di Stampa”.

Quell’eterna gavetta ripagata “a cottimo”


Trentun’anni e nessuna certezza lavorativa, pagato qualche centesimo a riga quando non “a ora” per i pezzi che scrivo. Eppure rifarei tutto per il semplice motivo che non so fare altro e questa è la mia passione. Probabilmente però lo rifarei in modo diverso, con la consapevolezza del nulla e del deserto lavorativo previsto per questa professione, dove la parola “futuro” è riservata a pochi eletti. Eviterei qualche mossa sbagliata, ne farei di diverse.

La mia storia è semplice. Questo lavoro – quello del giornalista – l’ho guardato da lontano fin dai tempi del liceo. Terminata l’università, con una laurea in Lettere brillante di una lode che sarebbe servita a ben poco, ho iniziato a collaborare con una delle edizioni locali dell’Avvenire. Cronaca. Dopodiché la decisione di prendere l’ambìto tesserino e l’iscrizione a una delle Scuole di Giornalismo di cui è costellato questo Paese. La speranza?  Che a un’adeguata formazione corrispondesse un riconoscimento lavorativo.

Non avendo particolari “agganci” né conoscenze nel settore, l’unica via per scoprire e apprendere la professione era questa, dato che – come tutti sanno – i curriculum nelle redazioni sono quasi carta straccia.
Sui pochi mesi di stage previsti a livello curricolare, “fuori” dalla Scuola sono stato quasi un anno, trascorso gratis et amore Dei, prima al Sole 24 Ore poi in due diverse agenzie, a Bruxelles e all’Aquila. E proprio alla fine di uno di questi periodi di tirocinio mi venne proposta l’assunzione. Una  promessa divenuta un miraggio grazie allo stato di crisi aperto dall’azienda poche settimane più tardi. Una stretta di mano e tanti complimenti. Attualmente vengo pagato ad articolo – direi meglio: a cottimo – da tutti i miei datori di lavoro tra i quali mi divido. E ogni giorno torna la domanda: a cosa è servita la famosa “gavetta” di cui sopra, costata alle tasche dei miei genitori, il più diffuso ammortizzatore sociale d’Italia, ben 10mila euro in due
anni? A nulla.

Se guardo avanti – verso quelle che chiamano “prospettive” – non so dire cosa potrebbe cambiare da qui ad una settimana. Per ora ben poco. Per ora resisto, nella trincea di ciò in cui credo, unica consapevolezza che  salva dalla frustrazione del nulla o del compromesso.

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