Storie di precariato: la redazione in garage

Da oggi presentiamo, una al giorno, le “storie di precariato” che i colleghi romani di “Errori di Stampa” hanno fatto emergere nel corso della presentazione dei risultati dell’autocensimento dei precari dell’informazione presenti nella Capitale.

Sottopagato, senza orario, ferie o malattia. In un garage

Mi laureo il 28 marzo 2006. Il 3 aprile l’agenzia di stampa Dire, approfittando della possibilità di uno stage post laurea gratuito, mi chiama a lavorare alla redazione di Bologna. Sto lì per sei mesi, imparo tanto e lavoro tanto. Mi sembra il Paradiso. Lo so, sto lavorando gratis, ma la gavetta l’hanno fatta tutti no? E sto imparando il mestiere, grazie alla grande professionalità dei colleghi. Tutto però, compreso il loro atteggiamento, è destinato a cambiare presto.

Finisco lo stage, mi propongono una corrispondenza da Forlì o Cesena a 600 euro al mese. Non è proprio quello a cui ambirei, perciò faccio un tentativo estremo. Chiamo il direttore a Roma e mi propongo per la Capitale. In prima battuta mi viene detto che non si può fare. Poi però il direttore mi richiama. E’ estate, mio padre non sta bene, non vedo l’ora di tornare a casa da lui nella mia città di origine, Catanzaro.

“Ti prendo qui a Roma, al notiziario politico, a 1000 euro al mese – mi dice il direttore – prima però dovresti andare sul Plateau Rosa per un servizio (gratis) e poi seguire per noi il meeting di Comunione e liberazione a Rimini (sempre gratis), puoi farcela?”. Ripongo, non senza sensi di colpa, la mia voglia di riabbracciare papà negli ultimi giorni della sua vita e dico che sì, certo che ce la posso fare. Faccio i servizi, corro da papà in ospedale a Catanzaro, rientro a settembre a Roma, trasloco in pochi giorni e trovo una casa in affitto, cambio la mia vita dal giorno alla notte e… sorpresa. Il giorno prima di iniziare a lavorare il direttore mi comunica che la paga scende a 600 euro e che sarò assegnato a un altro servizio. (La raccomandata di turno aveva fatto danni e fu promossa-rimossa nel posto che dovrebbe essere stato il mio). Non avrei comunque scelta, ma accetto ad ogni modo e di buon grado. Lavoro a testa bassa, senza orari né ferie né malattia, per un anno intero. Sono contento, questo è il lavoro della mia vita. E pazienza per i 600 euro: mi hanno promesso che entro due anni avrò il praticantato. Mi sembra un sogno. Un sogno sottopagato, ma pur sempre un sogno. I colleghi mi stimano, da loro imparo, e divento una risorsa. Ho la mia scrivania, la mia postazione, il mio telefono. Corro fuori a seguire gli eventi e mi precipito dentro appena ho finito per fare il desk o gli approfondimenti. Lo so, dovrei già avere un contratto giornalistico, ma quello arriverà, dai. Per ora penso solo a quanto amo questo lavoro. Faccio fatica a pagare l’affitto e mio padre mi lascia, non prima di avermi dato un aiuto comprandomi un motorino (impossibile altrimenti arrivare in orario a tutti gli appuntamenti, da Roma centro e Rignano Flaminio.. il taxi non me lo pagano). Un dolore indescrivibile adesso rischia di bloccarmi. Ma non voglio soccombere, adesso lavoro anche per lui, per papà, voglio che sia fiero di me.

Finisce il primo anno, e per il secondo ottengo addirittura un aumento: 800 euro. Sempre con un contratto a progetto, per carità. Ma è un altro passo in avanti, mi dico. Ancora testa bassa, ancora lavorare. Dieci, anche dodici ore al giorno. Anche di notte, anche 6 giorni a settimana. Sì lo so, non ho gli straordinari né la corta, non ho il contratto, non ho la previdenza, non ho la Casagit, non ho rappresentanza sindacale, non ho diritto di voto in assemblea. Ma cacchio, vivo in redazione, faccio il lavoro più bello del mondo, e tra un po’ avrò il praticantato. Cerco di arrotondare, di avvalermi di altre collaborazioni. Ma il direttore me lo vieta quasi subito, dice che non è il caso. Non ho contratto né tantomeno esclusiva, ma accetto ancora, in nome della fedeltà all’azienda. Tutto sommato sono felice, mio padre sarebbe fiero di me.

Finisce il secondo anno e arriva l’altra sorpresa: niente praticantato, i conti dell’azienda non vanno bene, mi dicono. Un nervosismo diffuso si insinua in redazione, non si capiscono le mosse che l’editore intende fare. Io intanto prendo il tesserino da pubblicista e continuo a lavorare con un co.co.co giornalistico. Sempre in redazione, sempre alla mia postazione… per lo meno all’inizio. Dopo pochi mesi dal terzo contratto annuale arriva per l‘azienda il timore di ispezioni Inpgi. Io, come altri colleghi, non ci potrei stare in redazione. Così l’editore e il direttore si inventano la bella idea di trasferirmi in un garage annesso alla redazione. C’è la luce, ma non il riscaldamento. Il Paradiso inizia a trasformarsi in inferno.
Sembra che l’editore, visto il buco nel bilancio, abbia trovato la soluzione: mandare a casa su due piedi tutti i contratti a termine. Sembra che gli abbiano dovuto spiegare che i contratti a termine dovevano prima terminare, appunto. E allora piano B: chiudere la redazione dello sport, la più numerosa.

Il Cdr inizia a fare il suo dovere, spingendo per un piano di riordino dei conti meno traumatico, più intelligente e più ragionato. Niente da fare. L’editore decide che chi non è con lui è contro di lui. Il direttore e i responsabili dei servizi si allineano senza neanche pensarci: dove la trovano un’altra gallina dalle uova d’oro? Abbandonato ogni pudore, iniziano ad avallare le scelte folli dell’editore, il suo divide et impera, la guerra tra poveri che scatena. Cerco di avere un dialogo con il direttore, ma senza grandi soddisfazioni. E allora penso solo a lavorare, e a lavorare bene, pur sapendo che il mio destino è appeso a un filo e che il burattinaio non sono io. Cerco anche di tirarmi fuori dalla guerra tra poveri, dagli scambi di accuse e dalle dietrologie che con successo l’editore sta fomentando per spaccare la redazione.

Ma arriva sempre un momento in cui devi prendere posizione, pena l’annullamento della tua stessa dignità di uomo, prima che di professionista. Il mio si palesa quando l’editore mi chiama nella sua stanza e mi dice: “Avrai diritto di voto in assemblea, è pronta una mozione di sfiducia al Cdr. Se voterai a favore della sfiducia per me sarebbe molto più facile perorare la causa del tuo rinnovo contrattuale presso l’editore, ma se non lo farai sarà davvero difficile rinnovarti il contratto”. Un ricatto. Al quale la maggior parte dei colleghi cede senza pensarci tanto sopra. Ricordo uno di loro che mi dice “io per 1200 euro al mese firmo qualsiasi cosa”. Che tristezza.

Il Cdr viene sfiduciato con 31 voti a 30. Votano anche il direttore e il vicedirettore, caso più unico che raro. E voto anch’io, contro la sfiducia. Il mio contratto non viene rinnovato, la mia nuova vita a Roma non ha più appigli, perdo il lavoro che ho sempre sognato di fare e che ancora oggi sogno. Ma non ho perso la mia dignità. Mio padre sarebbe ancora fiero di me.

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